Un giorno normale di un uomo qualunque

Affranto, impotente ed in un certo senso anche sgomento dinnanzi a quello strano sentimento di scollamento, di profonda spaccatura, tra il desiderio di azione e la mancata sollecitudine di adeguate forze in soccorso. Il riferimento è alla propria capacità di elaborare una risposta idonea alla situazione presente che ci riguarda.

Ascensore, un uomo mi fissa e mi sembra quasi legga l’angoscia che ha segnato il calvario dell’ultima notte. Sono in uno stato di grave agitazione e tormento e l’abito che indosso, cui trasferisco il fine di comunicare per me, tradisce anch’esso un certo imbarazzo se collegato alla trascuratezza del mio viso la cui eloquenza non mi gioca a favore. Rifuggo lo sguardo ed in qualche modo il fastidio che provo mi sollecita alcune corde mentali sino a quel momento curiosamente del tutto sopite. Un caffè è quello che  ci vuole. Ritornano i pensieri, no! Non ora. Mi devo concentrare, l’obiettivo è dimostrare che sono in grado di cogliere le sfumature , di esprimere interesse o quantomeno curiosità.

Ce l’ho fatta! Dentro di me quel senso di stupore e gioia si mescolano e mi permettono di guardarmi dall’alto. Ci siamo. Il film della vita procede ed il mio percorso, quello di un uomo solo, privato di forze salvifiche, concentrato solo su stesso e sull’obiettivo singolo che si è prefissato, incapace di autentiche emozioni, prosegue senza particolari affanni con un rito quotidiano che ha comunque un qualche sapore consolatorio.

L’emozione non si cerca semmai si trova. Lo stato d’animo non è quello giusto, le barriere emotive, le lotte intestine che si sovrappongono tormentano la mia anima e mi è alquanto difficile sintonizzarmi con la vita. Una telefonata sincera sarebbe gradita se il senso di ipocrisia che potrei provare non prendesse il sopravvento.

Anni fa mi ero ripromesso di essere diverso. Alle prese con questi conflitti avevo fatto un patto con la mia coscienza che mi lanciava segnali di alert. Non superare il fosso, mi diceva! Sotto tanti aspetti, nel linguaggio, nelle azioni. Troppe volte, invece mi rimaneva l’amarezza per aver infranto tale patto anche se, via via, nel tempo, sempre meno aspra, sempre meno intensa sino a svanire del tutto. Di pari passo, aumentava il senso di appagamento nell’offrirmi alla primordiale tentazione – all’inizio celata –  di abbracciare me stesso vittima della natura ed incapace di trovare pace interiore. A quel punto denudare la mia anima, essere ciò che ero senza sforzarmi di apparire in altro modo, mi restituiva al ruolo di vittima che mi donava un temporaneo piacere.

“Ciao! E’ andata bene, all’inizio erano perplessi, poi hanno ben compreso le finalità della proposta rapportata alla loro particolare situazione e, per una volta, mi sbilancio, sono dell’idea che ci firmeranno il mandato.”

“Bene, era la notizia che volevo sentire. Ti ringrazio per lo scrupolo con cui mi hai avvisato. Tienimi aggiornato sul prosieguo”.

Una telefonata che non arriva. La solitudine che si prova. Non è niente, ci sono abituato. Mi illudo che in qualche modo ci sia una sintonia telepatica molto più energetica di un tradizionale e vano contatto telefonico.

Nel frattempo, è pomeriggio inoltrato, riacquisto forme del viso più consone e liberato dall’angoscia del mattino esco di casa dove avevo fatto ritorno da lavoro.

La città è multiforme, tante persone e la mia solitudine svanisce. Vorrei conoscerle tutte per non conoscerne nessuna. Vorrei dare per non ricevere. Si può!? Tutto mi incuriosisce e niente mi emoziona.

Nei pressi di un locale, due donne eleganti discutono con sobrietà ed un non mai troppo appagato senso di grazia; c’è energia che sa di poesia nei loro discorsi non i soliti vani ragionamenti. Mi soffermo ad ammirarle provando invano ad ascoltare i loro discorsi. Non si toccano per rimarcare le proprie convinzioni. Non ne hanno bisogno, c’è tra loro piena e reciproca condivisione. C’è affetto e c’è determinazione, ambedue sono protagoniste e l’una ascolta l’altra con pieno interesse senza essere impaziente di prendere la parola. Si conoscono da tanto, o forse no ma non importa. Forse per tutti c’è speranza dipende da quanto ci si voglia mettere in discussione. Tra qualche parola che mi arriva, è facile ricostruire con l’immaginazione il significato dei loro pensieri e penso che la forza della loro comunicazione è la stessa che hanno impiegato in qualsiasi azione della loro vita. Son certo, non parlano di loro, parlano di amore, parlano della necessità di aiutare gli altri. La serenità dei loro sguardi, l’energia che traspare dalla passione dei loro ragionamenti, è la dimostrazione della loro ampiezza di vedute, i loro abiti sono un involucro che per quanto bello è perfettamente complementare anche se marginale al cospetto della bellezza dei loro animi. Una di esse si accorge del mio sguardo e sorride all’altra. Ha riconosciuto, forse, la mia astratta curiosità, il senso si empatia che in questi casi – a distanza – il mio viso tradisce. Mi avvicino per un breve saluto:

“Buongiorno, e perdonate la mia invadenza. Sin da subito avete catturato la mia attenzione per l’emozione del vostro linguaggio ed inconsciamente ho avvertito la necessità di ascoltare, ancorchè alla necessaria distanza , i vostri discorsi. In effetti, ho potuto solo immaginarne il contenuto ma sono certo si parlasse di amore verso gli altri. Non ho bisogno di vostre conferme, mi basta osservare i vostri sguardi. Vogliate scusarmi ancora. Buona giornata”.

Sono soddisfatto. Un attimo, ci risiamo. E’ facile essere gentili con gli altri che non si conosce. Ci ripenso, il mio è stato un monologo e non mi è curato affatto sentire le loro risposte, i loro ragionamenti. Semplicemente perchè non ne ero all’altezza e così il risultato è stato quello di un giudizio superficiale in cui probabilmente l’unico aspetto che contava era quello di esprimere la mia presenza nel mondo. Ci sono anch’io ma non chiedetemi nulla, non sono in grado di aiutare nessuno, posso solo darvi un giudizio. Questo è ciò che arriva agli altri finanche quando il fine di partenza, forse, nelle intenzioni di partenza, era più nobile.

Un ultimo rito consolatorio; un bicchiere di vino, un pasto in scatola, poi un film, sperando che la notte non mi volti le spalle. Non cerco pensieri che mi scuotano la coscienza. Non sono progettato per amare davvero ma che almeno possa essere gentile per un domani più vivo, più consolotario. Questa illusione prende il sopravvento e riesco ad addormentarmi.

 

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