Fuggire dal delirio

Così come i modelli del futuro si fondano sui nuovi presupposti di trasparenza, di etica, di eteroreferenzialità, così il nostro compito è quello di rimanere fedeli alle nostre idee. Queste ultime possono certamente rimodellarsi in ragione dei nuovi contesti che viviamo ma il principio che va delineandosi è quello che le idee rimangono e sono immodificabili.

Se cambiano le idee i nuovi fatti devono essere comunque coerenti con le nuove idee.

Diverse sono i rischi che possono trovare ampia fecondazione in questo tipo di nuovo rigido paradigma in ordine alla trasparenza ma nella nostra evoluzione e per la nostra evoluzione potrebbe essere sano ritornare ad alcune regole basilari.

In questo senso il linguaggio e le azioni sono tra loro complementari ed eventuali scappatoie dell’uno e dell’altro dovrebbero determinare una distonia riconoscibile dal mercato. Nel prossimo futuro, per la salvezza del nostro spirito, abbiamo necessità che la nostra reputazione sia salva e ci possa distinguere da tutto il “resto”.

Il futuro ci espone ma la natura ci difende se salviamo la nostra essenza.

Nonostante i plurimi tentativi sottoforma di metafore, di allarmismi, di slogan a servizio della tutela delle libertà (quali?!), di cui si compone la dialettica conservatrice nell’evidente tentativo di autodeterminarsi quale strumento di contrasto all’evoluzione naturale,  il mondo che ci si dispiega dinnanzi è tutto incentrato su nuove forme di cultura e di ricongiunzione tra umanità e contesto ambientale.

Abituiamoci a queste idee e difendiamo la nostra parola; l’alternativa è il delirio che sempre meno sarà confuso con la genialità come invece tutt’ora si tende a camuffarlo.

Non è un invito ad essere uomini comuni ma un invito ad essere persone .

 

Già che ci siamo

Dove si è nascosto quel senso di ricerca degli altri, dove si è nascosto quel desiderio di conoscenza, dove si è nascosto quell’incosciente subliminale curiosità sull’essere umano che si traduceva nella vicinanza, l’amore per gli altri.

Solo introspezione che spesso ci porta a considerarci vittime per un superficiale senso di appagamento etico / morale: un alibi per l’utilitarismo delle nostre vite.

Quante occasioni perse destinate a disseminare di mine pesanti la nostra memoria in un nefasto amarcord delle nostre emozioni e che per tale motivo sarà poco più che fugace. Con il trascorrere del tempo non avremo certamente corretto le vecchie abitudini.

Una corsa nel tempo e contro il tempo: lo spazio per noi si riduce e per questo siamo sempre più insaziabili, sempre più voraci, più cannibali del nostro tempo . Non c’è spazio per gli altri se non per abitudinarie comparazioni con le loro esperienze da sottoporre ad incantesimi retorici funzionali alla loro vivisezione (questa quantomai critica) per una lettura di rimedio da cui derivare facili conclusioni e pochi insegnamenti o consigli utili.

Riscopriamoci, riprendiamo il sale della nostra umanità: ciò che non si vede ma si sente e da sapore. Senza attendere l’altrui insegnamento. In fondo abbiamo solo voglia di dare ciò che sappiamo fare. Siamo pigri e possiamo emulare qualsiasi esperienza. Per una volta protagonisti in proprio ma anche a beneficio degli altri. Aiutamoci. Potremmo esserci tutti.

 

 

Il momento utile

Per la seconda volta, nella stessa giornata, in occasione di due distinti colloqui telefonici,  per edulcorare la singolarità di certi comportamenti, con il mio interlocutore è stato naturale il riferimento alla morale della favola e precisamente: in un caso la favola di “pinocchio” mentre nell’altro la favola “della rana e dello scorpione”.

Le favole hanno tutte una comune radice: quella del disincanto rispetto alla debolezza umana; sono una parodia della mediocrità dell’adulto funzionale a favorire l’inserimento del bambino nella vita sociale; aiutandolo a contestualizzare le diverse situazioni della vita prendendo il buono e mettendo da parte il brutto. Lo scopo didattico è chiaro. Il risultato è però modesto; troppe volte, con abili travestimenti, l’uomo inganna prima se stesso e poi gli altri.

Siamo dinnanzi ad un momento significativo forse probante della nostra vita futura: le elezioni italiane, dopo gli innumerevoli tentativi del politicante di turno di abbellire il passato, fantasticare sul futuro e decontestualizzare il presente.

In questi momenti non è tuttavia mancato l’acume critico di alcuni autori (in parte noti ed in parte meno) che ci hanno consentito di provare un sollievo rispetto alle distonie verbali dei nostri politicanti e delle sovrastrutture che gli fanno da cassa di risonanza.

Se da un lato, la concentrazione del potere (tra cui quello mediatico) converge nella direzione di una logica conservativista, dall’altro lato, negli ultimi anni, grazie al profilarsi di nuovi strumenti di comunicazione, la nostra consapevolezza media è aumentata e ciò ci permette di fare alcune riflessioni più critiche rispetto agli anni passati.

L’uomo lavoratore del passato si identificava con scelte di campo: destra o sinistra; esisteva uno schieramento, un campo di confine e profilavano comunità ben distinte. L’uomo moderno, il giovane attuale, ha una maggiore spendita culturale e padroneggia meglio la comunicazione in una comunità virtuale, melliflua senza sbarramenti ideologici ma in realtà di difficile misurazione.

L’uomo moderno, il giovane attuale, vive una realtà in trasformazione ed in tale contesto,  decodifare i messaggi che la natura ci offre, è certamente più complesso che in passato.

Il nostro maggior sapere non trova un valido appoggio, un campo dove atterrare e fiorire.

Nei fatti, nelle parole, dobbiamo trovare la nostra bussola e vivere attivamente senza perdere il nostro coraggio ed il nostro interesse, senza timore di perdere l’orientamento e la nostra dignità. La tentazione di sentirsi occupati (nonostante la povertà dell’offerta), per vivere una realtà sociale in gran parte condizionata dalle regole del passato, rischia di ridurre la nostra capacità di pensiero e di autoemarginarci.

Le soluzioni concrete, sulle quali ragionare per la creazione di nuove forme di capitale di scambio tra imprese e lavoratore, potrebbero essere: i) reddito di base (non è significativo il nome con il quale lo si vuole identificare o strumentalizzare), ii) aumento tasse sopra un certo livello, ivi compreso le rendite finanziarie, iii) rivisitazione della governance aziendale ed enti di controllo  e delle relative responsabilità, iv) applicazione obbligatoria l.231 per le imprese, v) miglioramento dei processi digitali e di controllo in campo fiscale, vi) favorire processi di bonifica e di ristrutturazione del patrimonio pubblico italiano, vii) ideare programmi mirati e concreti funzionali all’integrazione virtuosa di nuove culture; viii) partecipazione attiva del cittadino a programmi di solidarietà per maturazione di bonus cultura, formazione, aggregazione, sanità, ix) adeguamento contabilità imprese, con la previsione di regole di misurazione del benessere produttivo associate ai vettori ambientale e sociale, x) contributi per digitalizzazione imprese, e-commerce, economie di scala lato produzione e creazione nuovi mercati.

Test di collaudo della produttività sociale ed ambientale da aversi a cura di enti certificati con collegata liquidazione di ricavi per l’impresa e creazione di nuova forma di capitale: miglioramento del rating aziendale, del benessere collettivo. Partecipazione stato ed istituzioni finanziarie sotto forma rispettivamente di contributi e finanziamenti per lo sviluppo aziendale.

 

Un giorno normale di un uomo qualunque

Affranto, impotente ed in un certo senso anche sgomento dinnanzi a quello strano sentimento di scollamento, di profonda spaccatura, tra il desiderio di azione e la mancata sollecitudine di adeguate forze in soccorso. Il riferimento è alla propria capacità di elaborare una risposta idonea alla situazione presente che ci riguarda.

Ascensore, un uomo mi fissa e mi sembra quasi legga l’angoscia che ha segnato il calvario dell’ultima notte. Sono in uno stato di grave agitazione e tormento e l’abito che indosso, cui trasferisco il fine di comunicare per me, tradisce anch’esso un certo imbarazzo se collegato alla trascuratezza del mio viso la cui eloquenza non mi gioca a favore. Rifuggo lo sguardo ed in qualche modo il fastidio che provo mi sollecita alcune corde mentali sino a quel momento curiosamente del tutto sopite. Un caffè è quello che  ci vuole. Ritornano i pensieri, no! Non ora. Mi devo concentrare, l’obiettivo è dimostrare che sono in grado di cogliere le sfumature , di esprimere interesse o quantomeno curiosità.

Ce l’ho fatta! Dentro di me quel senso di stupore e gioia si mescolano e mi permettono di guardarmi dall’alto. Ci siamo. Il film della vita procede ed il mio percorso, quello di un uomo solo, privato di forze salvifiche, concentrato solo su stesso e sull’obiettivo singolo che si è prefissato, incapace di autentiche emozioni, prosegue senza particolari affanni con un rito quotidiano che ha comunque un qualche sapore consolatorio.

L’emozione non si cerca semmai si trova. Lo stato d’animo non è quello giusto, le barriere emotive, le lotte intestine che si sovrappongono tormentano la mia anima e mi è alquanto difficile sintonizzarmi con la vita. Una telefonata sincera sarebbe gradita se il senso di ipocrisia che potrei provare non prendesse il sopravvento.

Anni fa mi ero ripromesso di essere diverso. Alle prese con questi conflitti avevo fatto un patto con la mia coscienza che mi lanciava segnali di alert. Non superare il fosso, mi diceva! Sotto tanti aspetti, nel linguaggio, nelle azioni. Troppe volte, invece mi rimaneva l’amarezza per aver infranto tale patto anche se, via via, nel tempo, sempre meno aspra, sempre meno intensa sino a svanire del tutto. Di pari passo, aumentava il senso di appagamento nell’offrirmi alla primordiale tentazione – all’inizio celata –  di abbracciare me stesso vittima della natura ed incapace di trovare pace interiore. A quel punto denudare la mia anima, essere ciò che ero senza sforzarmi di apparire in altro modo, mi restituiva al ruolo di vittima che mi donava un temporaneo piacere.

“Ciao! E’ andata bene, all’inizio erano perplessi, poi hanno ben compreso le finalità della proposta rapportata alla loro particolare situazione e, per una volta, mi sbilancio, sono dell’idea che ci firmeranno il mandato.”

“Bene, era la notizia che volevo sentire. Ti ringrazio per lo scrupolo con cui mi hai avvisato. Tienimi aggiornato sul prosieguo”.

Una telefonata che non arriva. La solitudine che si prova. Non è niente, ci sono abituato. Mi illudo che in qualche modo ci sia una sintonia telepatica molto più energetica di un tradizionale e vano contatto telefonico.

Nel frattempo, è pomeriggio inoltrato, riacquisto forme del viso più consone e liberato dall’angoscia del mattino esco di casa dove avevo fatto ritorno da lavoro.

La città è multiforme, tante persone e la mia solitudine svanisce. Vorrei conoscerle tutte per non conoscerne nessuna. Vorrei dare per non ricevere. Si può!? Tutto mi incuriosisce e niente mi emoziona.

Nei pressi di un locale, due donne eleganti discutono con sobrietà ed un non mai troppo appagato senso di grazia; c’è energia che sa di poesia nei loro discorsi non i soliti vani ragionamenti. Mi soffermo ad ammirarle provando invano ad ascoltare i loro discorsi. Non si toccano per rimarcare le proprie convinzioni. Non ne hanno bisogno, c’è tra loro piena e reciproca condivisione. C’è affetto e c’è determinazione, ambedue sono protagoniste e l’una ascolta l’altra con pieno interesse senza essere impaziente di prendere la parola. Si conoscono da tanto, o forse no ma non importa. Forse per tutti c’è speranza dipende da quanto ci si voglia mettere in discussione. Tra qualche parola che mi arriva, è facile ricostruire con l’immaginazione il significato dei loro pensieri e penso che la forza della loro comunicazione è la stessa che hanno impiegato in qualsiasi azione della loro vita. Son certo, non parlano di loro, parlano di amore, parlano della necessità di aiutare gli altri. La serenità dei loro sguardi, l’energia che traspare dalla passione dei loro ragionamenti, è la dimostrazione della loro ampiezza di vedute, i loro abiti sono un involucro che per quanto bello è perfettamente complementare anche se marginale al cospetto della bellezza dei loro animi. Una di esse si accorge del mio sguardo e sorride all’altra. Ha riconosciuto, forse, la mia astratta curiosità, il senso si empatia che in questi casi – a distanza – il mio viso tradisce. Mi avvicino per un breve saluto:

“Buongiorno, e perdonate la mia invadenza. Sin da subito avete catturato la mia attenzione per l’emozione del vostro linguaggio ed inconsciamente ho avvertito la necessità di ascoltare, ancorchè alla necessaria distanza , i vostri discorsi. In effetti, ho potuto solo immaginarne il contenuto ma sono certo si parlasse di amore verso gli altri. Non ho bisogno di vostre conferme, mi basta osservare i vostri sguardi. Vogliate scusarmi ancora. Buona giornata”.

Sono soddisfatto. Un attimo, ci risiamo. E’ facile essere gentili con gli altri che non si conosce. Ci ripenso, il mio è stato un monologo e non mi è curato affatto sentire le loro risposte, i loro ragionamenti. Semplicemente perchè non ne ero all’altezza e così il risultato è stato quello di un giudizio superficiale in cui probabilmente l’unico aspetto che contava era quello di esprimere la mia presenza nel mondo. Ci sono anch’io ma non chiedetemi nulla, non sono in grado di aiutare nessuno, posso solo darvi un giudizio. Questo è ciò che arriva agli altri finanche quando il fine di partenza, forse, nelle intenzioni di partenza, era più nobile.

Un ultimo rito consolatorio; un bicchiere di vino, un pasto in scatola, poi un film, sperando che la notte non mi volti le spalle. Non cerco pensieri che mi scuotano la coscienza. Non sono progettato per amare davvero ma che almeno possa essere gentile per un domani più vivo, più consolotario. Questa illusione prende il sopravvento e riesco ad addormentarmi.

 

Una nuova forma di altruismo

Questo è l’estratto dell’articolo.

Avere voglia di sperimentare, di non fermarsi alle prime difficoltà. Di affermarsi senza piegare le regole, senza le scorciatoie ma per il gusto della sfida, di coltivare un’emozione maggiore che ci dia entusiasmo che ci collochi al centro delle nostre aspettative. Tutto chiaramente da contestualizzare. L’uomo che ritorna al centro del proprio universo. Una visione esclusiva e non solidaristica? Niente di tutto ciò: solo la necessità di affermarsi senza piegarsi, senza regole di subordinazione viziate dalla logica di potere che le ha patrocinate. Una nuova frontiera socio-illuministica per un riscatto sociale dell’individuo che non si riconosce nella società? In parte, anche se si tratta di un argomentazione troppo generica. Lo spartito di una musica che stona rispetto alle esigenze attuali, la necessità di recuperare spazi vitali della nostra esistenza non più basati sull’adesione passiva ma su una logica pro-attiva fatta di scambio concreto meno misurabile in senso economico ma più appagante in senso sociale!? Forse ci siamo, o forse ci siamo spinti troppo in avanti.
Rimane l’esigenza irreversibile di essere parte di un cambiamento. Le spinte propulsive ci sono e non possiamo ignorarle. Le angosce segnate sul viso delle persone lo richiedono; l’inquietudine, il senso di disorientamento, la mancanza di fiducia, la distanza dal prodotto, dal mercato, pur con le lusinghe di un’emozione pre-costituita, il sociale pre-costituito, sono strumenti che richiedono innovazioni continue ma che ad un certo punto si esauriscono; siamo umani e prima o poi la nostra coscienza critica prenderà il sopravvento. Nel frattempo, queste pulsioni, queste logiche di condivisione ci aiutano a riflettere maggiormente sul nostro relativismo ma anche sul nostro senso di appartenenza.
Le organizzazioni che ci governano, nelle varie declinazioni che soffocano in maniera latente stanno allentando le rigide maglie della nostra inconsapevole forma di libertà. Non ci sono speranze cui fare affidamento, bisogna mettere a nudo il nostro animo, la nostra energia, e concorrere ad una logica inclusiva basata sul valore. Il valore dell’essere umano e della nostra esigenza di solidarietà. La nostra attuale debolezza, volutamente descritta come dis-valore, può essere la forza propulsiva per lasciarci alle spalle tormenti, ansie, inquietudini a vantaggio di un sano ed ambizioso coraggio ed altruismo. Una nuova forma di capitale meno astratta di quella cartolare o figurativa che riempie le pagine di politica ed economia del ceto dominante.

La Moda — Perle della Letteratura

“La moda è la raffinatezza che corre davanti alla volgarità e teme di essere sorpassata” – W. Hazlitt (scrittore statunitense, 1804-1864), Conversations of James Northcote, 1830. *** “MODA: Io sono la moda, tua sorella. MORTE: Mia sorella? MODA: Sì. Non ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?” G. Leopardi (poeta italiano, 1798-1837), Operette […]

via La Moda — Perle della Letteratura

Linguaggi e nuovi scenari

Il linguaggio si modifica ma i contorni che delimitano il suo perimetro sono trasversali senza distinzione geografica di sorta. I fattori di comunanza sono elementi naturali che identificano la natura umana e ci danno la misura della spinta alla condivisione insita nell’essere umano, come il linguaggio umano nella sua prima formulazione fatto di organica musicalità.

Un’emozione incontaminata, genuina, libera da cui immediatamente, un secondo dopo, prendiamo le distanze e rientriamo nel guscio delle nostre consuetudini di ciò che opportuno, di ciò che è in linea con il conformismo. Andiamo contro natura per il solo fatto di essere conformisti. In questa ottica, il conformismo esprime una prima debolezza strutturale: ci limita nel rapporto con gli altri perché ci espone al giudizio. Il conformismo racchiude nella sua più ampia accezione un concetto di paura che ci viene indotta che può avere differenti articolazioni. C’è sempre qualcosa, qualcuno che incute timore per un obiettivo di sottomissione e di conformità a regole contemporanee.

In realtà ci posiziona in una dimensione individuale poiché in assensa del confronto, in una spirale negativa del nostro pensiero, basato sull’autocelebrazione, siamo legittimati a considerarci migliori degli altri e quindi a non necessitare del confronto. Il conformismo esasperato ha questo limite; le regole del linguaggio sono connaturate alla sensibilità dell’individuo che non può essere catalogata in chiave statistica alla stregua di una procedura aziendale. Il linguaggio ci riporta alla dimensione del binomio originario: vero o falso, senza sovrastrutture più o meno lineari. Nella scala delle differenti modulazioni del linguaggio abbiamo la necessità di ponderare la dimensione del nostro interlocutore con lo spirito passionale di allineare i differenti punti di vista. Del dialogo trasparente e costruttivo troviamo tutti beneficio. Il dialogo della musicalità umana (che cerca condivisione e si fonda su comprensione e fiducia reciproca) in una nuova dimensione di grazia e di soavità.

Dinamica delle soluzioni

Non facciamo altro che arrovellarci il cervello alla ricerca di soluzioni. Forse! La realtà è che le soluzioni che cerchiamo non esistono, da qui il ritorno di risultati scadenti o, nei casi peggiori, il mancato approfondimento dell’embrione progettuale.
Ciò, indipendentemente o meno dalla validità del progetto ipotizzato, facciamo affidamento esclusivo all’unico strumento dell’immaginazione che può incidere tanto oppure nulla a seconda dell’impegno, dell’energia che profondiamo o meno. Ci fermiamo alla prima figura, e temiamo la capacità di analisi. Lo riteniamo un esercizio sterile, avendo già elaborato la figura di sintesi o di risultato. Così lasciamo che i progetti si esauriscano già a livello di impianto visivo, che la giovinezza segni il passo in favore della maturità; diventiamo, in conclusione, inconsapevolmente, disponibili a dimenticare il suono della scintilla, dell’emozione che ci fa ringiovanire.
Perché la nostra idea non rimanga astratta e si possa concludere il nostro disegno mentale è necessario elaborare un piano operativo: identificare l’obiettivo e mappare le probabilità di successo anche rispetto al cambiamento degli scenari per strutturare i punti di rottura; allocare i necessari strumenti operativi; definire tempi e costi; identificare il fabbisogno finanziario e la relativa copertura.
Per il resto ci vuole entusiasmo, pazienza e disponibilità al sacrificio.
Occorre inoltre, capacità di confronto, modulazione del proprio carattere, disponibilità a cedere sovranità al fine di favorire il coinvolgimento di terzi.
Qual è quindi il corretto confine tra pensare e fare? E’ opportuno poi parlare di correttezza di confini?
L’articolazione del pensiero costituisce la fase di partenza e come tale è imprescindibile. Uno schema funzionale è poi quello di misurare le potenzialità di efficacia delle idee attraverso i preliminari test di collaudo da verificare in condizioni di normalità e di stress più o meno accentuato in considerazione delle variabili macro che possono influenzare i risultati e le aspettative di remunerazione.
A seguire, occorre dare esecuzione al piano.